Estetica dell’incontro

Verso un’estetica del dialogo.

Di solito siamo presi dalla nostra routine e la mattina ci mettiamo per la solita strada con la solita fretta, lamentandoci di come le cose vanno peggio di come sarebbe giusto che andassero e pensiamo a quanto il mondo sarebbe migliore se seguisse di più le regole che noi pensiamo dovrebbe seguire.

Ma non è sempre così. A volte ci capita di uscire dalle nostre frette e dalle nostre abitudini intellettuali. A chi è mai capitato di camminare da solo in una strada di un paese straniero, in un giorno vuoto da impegni di alcun genere, di girare per i vicoli sconosciuti della città, senza tirare la guida turistica fuori dalla borsa: e in queste circostanze, inaspettatamente, di smarrire la preoccupazione di essere da soli, di essere in un paese straniero, di non conoscere la strada e improvvisamente accorgersi che tutto quel “diverso” è incredibilmente familiare. Non conosciuto, eppure vicino, terribilmente vicino. Coloro ai quali è capitata quest’esperienza sanno a cosa mi riferisco; gli altri ascoltino bene, perché è una bellissima esperienza che possono provocare in sé stessi e che suscita un’emozione così profonda da cambiare la nostra visione del mondo. In quei momenti ci si sente al di fuori del ritmo quotidiano ordinario del tempo. Per un po’ il vortice degli eventi sembra perdere energia, non ci costringiamo più a usare in modo produttivo il nostro tempo, la fretta scompare e si apre una visione diversa. Quelle strade per cui stiamo camminando – così diverse dalle strade alle quali siamo abituati – improvvisamente ci conducono dentro le cose. I panni stesi ad asciugare ci colpiscono non solo perché hanno foggia diversa dalla nostra ma perché, guardandoli, intuiamo i segreti della vita familiare della casa sulla quale sono appesi. Nei caffè dove entriamo non ritroviamo quello che siamo abituati a prendere. Ordiniamo quello che stanno bevendo i nostri vicini di tavolo e, assaggiando cose di cui non cosciamo la formula, riusciamo ad intuire come i gusti dei cibi e delle bevande facciano parte integrante della costruzione di un’identità sociale. Ci sforziamo di riprendere un ruolo più normale e ci rimettiamo a comportarci un po’ da turisti (anche per giustificarci davanti agli altri dei motivi per cui siamo lì). Entriamo nei templi, costruiti con un’architettura così diversa dalla nostra. Ma noi, entrandoci, cogliamo il senso della bellezza che muove le persone alla preghiera. In queste giornate noi siamo soli, eppure ci sentiamo più vicini al mondo del solito. Non capiamo quello che le persone dicono tra di loro, eppure capiamo quello che hanno da dirsi. Non sappiamo quello che è scritto sui giornali locali, eppure ci sembra per la prima volta di capire perché ci sono i giornali. Non conosciamo quella cultura, eppure riusciamo finalmente a capire che cos’è la cultura.

Non siamo in grado di capire cosa è che improvvisamente ci fa cambiare prospettiva e perché in quei momenti riusciamo a vedere qualcosa che non riuscivamo a vedere nella nostra vita ordinaria. Ma capiamo che questo cambio di prospettiva è il motivo per cui viaggiamo. È il “bello” del viaggio. Chi lo ha assaporato sa che ci sono poche cose al mondo che hanno un gusto e una bellezza altrettanto profondi.

Questa esperienza estetica, che ci capita all’improvviso nel viaggio, può essere coltivata. Quello che si è intravisto nell’osservazione dell’ambiente straniero, può essere meglio conosciuto facendo amicizia con le persone, leggendo la letteratura, partecipando ad eventi e cerimonie, accettando l’ospitalità e nutrendo la curiosità. Eppure accumulando conoscenze non si accumula necessariamente la bellezza. Il bello è la meraviglia stessa, che non può accontentarsi di rimanere ignorante. Ma questa meraviglia può essere minacciata dalla conoscenza, se questa assume un ruolo saccente e vuole farci smettere di fare domande curiose. È bella la diversità e la nostra vittoria è il riuscire a guardare il mondo da una prospettiva diversa. Quando riusciamo ad adottare, anche temporaneamente, questo nuovo punto di vista, il nostro universo si allarga, tutto diventa più vario e ricco di fascino. Meravigliarsi diventa quindi un modo di “conquistare” il mondo e renderlo autenticamente nostro. E da questa prospettiva capita allora di tornare alle proprie abitudini riuscendo a stupirci di esse, perché riusciamo a guardarle dalla nuova prospettiva appresa nel viaggio. Al ritorno, possiamo allora capire molto meglio il nostro stesso mondo. E questo è l’altro grande motivo per cui è bello viaggiare.

Questa del viaggio è l’esperienza estetica dell’incontro.

Senza diversità non c’è incontro. L’incontro è un successo. Perché avvenga l’incontro c’è bisogno di rimuovere un ostacolo. Di superare una difficoltà. L’incontro, grande o piccolo, è una vittoria. Una vittoria conquistata con grandi difficoltà; oppure una vittoria avuta in grazia dalla vita. Ma è sempre una vittoria. Senza l’entusiasmo della vittoria non c’è gioia nell’incontro.

Ma ci sono vittorie e vittorie e la vittoria che produce l’incontro è molto più bella che non la vittoria che produce la sottomissione dell’altro. Nell’incontro entrambi possono vincere. Anzi, entrambi vincono sempre. Nella sottomissione uno dei due perde. Anzi. Perdono tutti e due. Perché anche il “vincitore” perde per aver perso l’opportunità di vivere un incontro.

Non c’è bisogno di fare viaggi in luoghi remoti per gustare l’estetica dell’incontro. Ogni persona è un universo diverso e per riuscire a entrare in dialogo con un’altra persona occorre già mettersi in viaggio al di fuori dei propri confini personali.

Ma direi qualcosa in più: non è forse ogni esperienza estetica un’esperienza di incontro? Che cosa è l’arte se non una piattaforma per l’incontro. La bellezza è ciò che si prova intuendo la natura dell’altro. I grandi artisti sono coloro che ci offrono una grande opportunità di raggiungere la loro anima, e di ritornare alla nostra arricchiti di una nuova prospettiva su noi stessi.

Qui naturalmente per arte non ci riferiamo soltanto, seppur anche, alla grande letteratura, alla poesia, alla pittura, ecc. Ma ad ogni forma di autentica espressività umana che diventa arte quando è in grado di evocare la bellezza dell’incontro.

Proprio per questo motivo l’apprezzamento estetico è una grande vittoria anche per colui che apprezza l’arte e non solo colui che la esprime. Infatti è una vittoria del fruitore dell’arte che riesce a intuire cosa l’artista ha da dirgli perché è riuscito a mettersi in viaggio al di fuori dei suoi soliti preconcetti.

La costruzione della bellezza dell’arte – dicono i critici – è fatta sempre in due: da chi esprime e da chi comprende. E allora potremmo dire che l’arte è sempre un dialogo.

Avevamo detto della bellezza del viaggio. Ora parliamo della  bellezza del dialogo. Ma sono poi due cose diverse? Un viaggio che non è un dialogo, come può essere bello? E un dialogo che non è un viaggio – potete immaginare niente di più triste?

Un bel dialogo è dove le persone si avventurano fuori dai propri pregiudizi per incontrare la persona controparte. Ma non si tratta di una semplice visita turistica nella mente altrui. Il vero dialogo è collaborazione ad una costruzione nuova. Insieme stiamo facendo la nostra opera d’arte. Incrociamo le nostre opinioni per arrivare a realizzare un piano d’incontro. Nell’arte del dialogo non solo l’ascoltare è più importante del parlare; ma il parlare stesso serve fondamentalmente per dare all’altro la possibilità di parlare meglio. Così, tramite il dialogo, si realizza l’arte di incontrarsi, che produce in noi un risultato sorprendente. Mentre parliamo diciamo cose belle e nuove. Ma non nuove per l’altro! Nuove per noi stessi. Sono le nostre idee: eppure non le conoscevamo prima di dirle, non ci erano chiare prima di entrare in questo dialogo. Sono quindi sì nostre idee (le stiamo dicendo noi!) eppure sono state costruite insieme, sono l’opera che abbiamo realizzato insieme, nell’arte del dialogo. Perché, come solo quando torniamo da un viaggio riusciamo a vedere veramente la nostra cultura, così riusciamo a vedere veramente noi stessi solo dopo essere usciti dai nostri pregiudizi.

Il gusto del dialogo diventa allora il fattore fondamentale per aprire la nostra mente; nel senso di fiducia, che segue al piacere dell’incontro, riusciamo ad esprimere noi stessi con un senso di lealtà e fiducia. Come succede al viaggiatore, che viaggia per conoscersi, così succede a ognuno di noi che si apre all’incontro per essere più autenticamente se stesso. Non un sé stesso fatto di definizioni identitarie. Ma un sé stesso universale, che nasce e si rinnova dall’esperienza estetica dell’incontro col mondo.

 

 

Mystery of Benares

by Fausto Aarya De Santis

I had been hearing from many friends about Varanasi, some of them described it as a dirty, noisy and chaotic place and others described it as peaceful, quiet; a place you can get inspiration from. The two viewpoints were just the opposite; which was the right one? That was the mystery I intended to discover, so I decided I would go to Varanasi.

It was noon time on a breezy day in February when I was entering the mystery. I was arriving from Calcutta, when I reached the Kashi station of Varanasi. As I got out of the station I was shocked. Inside me, my first reaction was “Oh…my!!! Where have I reached?” It was a chaos. People were pushing each other, getting on and off rickshaws and cycles. There were cows, horses and dogs on the road. Most horses were being used to carry people. In a fraction of a second, all these images came into my mind, and by the time I came out from the clouds of my thoughts and realized where I was, I saw a huge crowd in front of me. Somebody was asking me if I needed a hotel, others were offering to take me around Banaras and the rest were asking for money. All these things were happening so fast that they were spinning in my head like a top. I wasn’t able to understand how people could even like Banaras and the mystery seemed to be getting clearer. I wasn’t able to handle it anymore, I felt like going back from where I had come but it was too far away and I had to get over this “commotion” around me. At the end, with a strong and irritated voice, I said “Stop it!” All the people around me became quiet, but it only lasted for a few seconds and then they started “jumping” on me once again. I had to get in control of the situation. I asked one of the rickshaw drivers to take me to Assi Ghat. He asked for forty rupees. I didn’t know if the price was right or not, but I was so tired that I took the offer. On the road to Assi, I saw so many strange things: cows on the road, not only cows but bulls also, the roads and the houses were very congested, the population density seemed very high and the city was very dirty and noisy. I really wasn’t able to understand how some of my friends could say that is a peaceful and quite place, and the mystery became clearer and clearer.

As I reached Assi Ghat, I went inside one of the hotels and nobody was at the reception. I rang the bell but nobody came. After five minutes of ringing, somebody presented himself at the reception. He was half asleep. I asked him if I could have a single bedroom and he replied he didn’t know if there was a room. I thought to myself, “how can these people do business in this way?” After sending a man to check if there was a room, he told me that there was one left and that it was for a hundred rupees a day, I took it and went into my room. It was around two in the afternoon and I was so stressed and tired that I needed to sleep.

I got up at around six evening and I thought of going for a boat ride. The River Ganges was close to my hotel and so I went walking. Before reaching the Ganges in Assi Ghat, there were twenty metres of sand, and as I was walking towards it, I slowly started feeling relaxed. I took a boat. Looking at the Ghats and floating on the Ganges was making me more and more relaxed and the entire atmosphere around me had a sensation of quiet. I was able to think about my life, about myself and had a feeling I never had before. The mystery was puzzling again: is then Banaras a maddening or a quiet place? I was confused again, because I had a sensation of peace, of quiet and I was thinking about myself, about God and life. Therefore, the friends who said that this was a great place to live in, were also right.

The boat ride had ended, an hour had already passed but it seemed as if it was only ten minutes. I was back in Assi Ghat, it was dinner time and I was getting hungry. A friend of mine had told me about an Italian Pizzeria in Assi Ghat so I went there. The restaurant was full. I saw four people sitting at the right end of the restaurant. I recognized they were Italian because they were the noisiest table in the restaurant.

As I was Italian, I thought of joining them. I went there and asked them if I could join them. They gave me the permission. I introduced myself and then they did too. They were Ruggero, Antonella, Stefano and Vrinda. All of them had already stayed in Varanasi for more than 15 years. We started a discussion about Banaras. I liked a lot the discussion we had, and at the end of the day in my hotel I reflected a lot. All the activities happening in Varanasi were contrasting each other and making the mystery more and more complicated.

There are people who find peace; they like to get away from the world, not to follow materialism. The Ganges gives you a positive feeling, a feeling of quiet and relaxation. In Varanasi, a lot of professors, philosophers, writers and many others come, so there is a lot of “knowledge sharing”. In Varanasi, there is a lot of chaos, people “jumping” on you but the peace can also make you feel worse if you have a fragile mind and sentimental problems. The presence of dead bodies floating on the River Ganges. The presence of the “Babas” and of tantric rituals is difficult to digest. Banaras is also a very noisy and dirty place.

There are people who can not handle Varanasi and leave it as soon as they arrive and there are others who would remain there and never leave it again. The Gods also lived in Banaras and wanted to live here forever but then they were forced to leave. They did all they could to come back and finally they did and settled down, never to leave again; this is what the books on Banaras say.

I realized that there is not only one mystery in Varanasi but many more; some of them we might not know even as yet; like people who run away from Banaras the day they reach the city and those who remain for the rest of their lives; the city that cannot get dirtier than what it is; the masti or intoxicaiton of banaras; the presence of a quiet stillness in a chaotic city.

And many more which I haven’t discovered yet. The day I came, all these mysteries weren’t solved. As I sit here in the Pizzeria, seventy years old, talking to the youngsters coming to Banaras for the first time, I realsie how many are the mysteries I still haven’t discovered.

 

Africa’s missing billions: International arms flows and the cost of conflict

written in Nov. 2007

For the first time, IANSA, Oxfam, and Safeworld have estimated the economic cost of armed conflict to Africa’s development. Around $300bn since 1990 has been lost by Algeria, Angola, Burundi, Central African Republic, Chad, Democratic Republic of Congo (DRC), Republic of Congo, Côte d’Ivoire, Djibouti, Eritrea, Ethiopia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Niger, Nigeria, Rwanda, Senegal, Sierra Leone, South Africa, Sudan and Uganda.

This sum is equivalent to international aid from major donors in the same period. If this money was not lost due to armed conflict, it could solve the problems of HIV and AIDS in Africa, or it could address Africa’s needs in education, clean water and sanitation, and prevent tuberculosis and malaria.

Research estimates that Africa loses around $18bn per year due to wars, civil wars, and insurgencies. On average, armed conflict shrinks an African nation’s economy by 15 per cent, and this is probably a conservative estimate. The real costs of armed violence to Africans could be much, much higher.

(Vrinda Dar worked as Country Manager Oxfam GB in Sierra Leone from June to December 2007)